27/04/2013
by Davide Crepaldi
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Ieri mattina ho cercato di andare al lavoro, ma non ci sono riuscito. L’università era chiusa, e io, bravo (omissis), non lo sapevo; non è che legga proprio sempre le mail “automatiche” dell’amministrazione, e stavolta mi sa che ho perso dell’informazione rilevante, per dirla alla scienziato cognitivo. Per autoconsolarmi della cazzata, sulla via di casa ho comprato un libro, “Perché le nazioni falliscono” di tali Daron Acemoglu e James Robinson. Vi si spiega, già dalle prime pagine, che la ragione del benessere (principalmente economico, ma non solo) dei popoli sta nel modo in cui la classe dirigente gestisce la cosa comune; non nel clima e nella ricchezza intrinseca di un territorio, non in fattori culturali, non nella preparazione tecnica dei governanti, ma in quanto la classe dirigente si faccia carico degli interessi comuni, piuttosto che soltanto dei propri. In particolare, si riporta un tweed di Mohammed El Baradei, diventato famoso per le sue ispezioni in Iraq quando era direttore dell’agenzia internazionale per l’energia atomica, in cui, parlando della rivolta in Tunisia, dice che il fatto scatenante e’ il “denial of channels for peaceful change”. In sostanza, i cittadini non avevano altro modo che la rivoluzione per cambiare le cose. Tipicamente, questo tipo di affermazioni fanno pensare alle dittature, a paesi in cui non si vota. E voto e democrazia vanno a braccetto, nel pensiero comune.
Ma è proprio così? Se ha ragione El Baradei, e il problema e’ che il popolo non ha mezzi per cambiare le cose, cosa dire di quei paesi dove si vota, e tuttavia la classe dirigente si sente immune dal voto? Dove, quindi, pur votando chiarissimamente in quel senso, le cose non cambiano e chi è stato spazzato via da un voto per il cambiamento quasi plebiscitario si riappropria del potere? Cambia davvero qualcosa se questo avviene attraverso un colpo di stato armato, o sfruttando una legge elettorale indegna, l’ambizione sfrenata e l’egocentrismo di un comico politico, l’astuzia (e il culo, che in queste cose ci vuole sempre) di un politico comico, e trucchetti politici di bassissima lega?
Lo dico più esplicito, così si capisce meglio. Circa 10 milioni di voti per un PD che diceva “mai più Berlusconi e il suo modo privatistico di gestire la cosa pubblica”; circa 8.5 milioni di voti per il M5S che voleva spazzare via l’intero sistema; 12.5 milioni di elettori non si sono recati alle urne. Anche facendo gli ottimisti, e pensando che la metà dei non votanti era a casa con il raffreddore (invece che per sfanculare gente di cui non ha nessuna fiducia), fanno circa 25 milioni di italiani che chiedevano qualcosa di diverso. La metà del corpo elettorale. La metà del corpo elettorale che ha cercato di usare il suo “channel for peaceful change” (di cui, grazie a dio, il nostro sventurato paese e’ ancora dotato), e si sono beccati una solenne pernacchia dalla classe dirigente.
Tranquilli, anche secondo Mohammed El Baradei e gli autori del libro questo fattore, da solo, non basta a scatenare le rivoluzioni, che sono sempre molto più complesse di qualsiasi spiegazione. Però queste riflessioni dovrebbero farci pensare un po’ più attentamente a cosa significhi la parola democrazia, e soprattutto dovrebbero suggerire ai geni che ci governano (o si illudono di farlo) qualche cautela in più quando calpestano così palesemente il volere dei loro concittadini. Caro imperatore Giorgio e fattorino Enrico, segnatevi il titolo del libro e correte in libreria.