10/11/2011
by Davide Crepaldi
0 comments
Fare ricerca richiede molto tempo. E in particolare la preparazione degli esperimenti, tipicamente molto più della loro conduzione, dell’analisi dei dati e della pubblicazione degli stessi.
Siccome con gli esempi si capisce sempre di più, supponiamo che io sia interessato a scoprire se i bambini con difficoltà di lettura (la famigerata Dislessia Evolutiva) siano più bravi a leggere i sostantivi piuttosto che i verbi; non starò qui a spiegarvi nel dettaglio il perché, ma la faccenda ha una certa rilevanza teorica. Bene, l’esperimento è piuttosto ovvio: prendiamo dei bambini con Dislessia Evolutiva e facciamo leggere loro nomi e verbi, e poi magari facciamo fare lo stesso compito a dei bambini senza Dislessia Evolutiva per vedere se i risultati ottenuti sono specifici del disturbo o semplicemente una tendenza generale di tutti i bambini. Ci sono un bel po’ di cose da fare a questo punto. Intanto, trovare dei nomi e dei verbi da fare leggere. Dovranno essere un bel po’ — diciamo almeno 80 e 80 –, altrimenti i risultati non saranno sufficientemente affidabili. Dovranno poi essere comparabili per tutta una serie di caratteristiche: se i nomi infatti saranno tutti lunghi e i verbi tutti corti, per esempio, qualsiasi risultato potrebbe essere attribuito alla lunghezza piuttosto che alla classe grammaticale. Fatto questo, bisognerà preparare il cosiddetto “script” per l’esperimento, cioè il modo di presentare gli stimoli ai partecipanti: tipicamente, questo passaggio richiede di trovare il software informatico adatto, programmare la presentazione degli stimoli, testarla sui computer che poi verranno effettivamente usati per la raccolta dei dati e garantirsi che tutto funzioni come deve (ad esempio, che ci sia un’accuratezza temporale adeguata nella presentazione degli stimoli e nella registrazione dei tempi di risposta). Quindi bisognerà trovare i bimbi disposti a partecipare all’esperimento, il che significa prendere contatti con le scuole, spesso organizzare una convenzione formale con le stesse, mettere in piedi un protocollo di pre-test per decidere quali bambini hanno la Dislessia Evolutiva e quali no, trovare chi somministrerà questo pre-test, ecc.. Insomma, un sacco di lavoro. Considerate poi che per garantire un output di ricerca adeguato, ciascun ricercatore non può certo permettersi di fare un solo esperimento per volta; tipicamente ciascuno ne ha in piedi almeno 7-8 contemporaneamente, e ciascuno richiede quegli stessi passaggi illustrati sopra.
Come sopravvive dunque il ricercatore? Come trova il tempo di realizzare tutto quello che ho raccontato sopra, e al tempo stesso tenersi informato con i nuovi articoli sempre in uscita, la programmazione degli esperimenti successivi, ecc.? La risposta è semplice: se è bravo e ha ottenuto un finanziamento per la ricerca in questione, delega tutti i passaggi di cui sopra ad un professionista chiamato Research Assistant, il quale è di solito un fresco laureato con un po’ di esperienza sperimentale, ma non ancora la competenza e l’autonomia per fare ricerca da sé.
Dovrebbe dunque essere chiaro che senza questa figura è un casino: il ricercatore finirebbe per fare un esperimento per volta, e non avrebbe tempo per leggere, pensare, scrivere…insomma, per sviluppare il progetto e programmare il futuro.
Ora, supponiamo che quel ricercatore sia un giovane alla prima esperienza di direzione di un laboratorio di ricerca. E mica uno qualsiasi: uno di quelli che ha ricevuto dal ministero mezzo milione di Euro per mettere in piedi il suo laboratorio, perché ritenuto essere un giovane molto promettente, uno che se gli dai i mezzi si costruisce una carriera brillante e magari ti scopre anche qualcosa di utile per la comunità. E mica i soldi il ministero glieli ha dati così sulla fiducia; egli ha infatti ottenuto il finanziamento in un bando in cui la percentuale di successo è stata del 2,3% (42 ricercatori finanziati sui 1804 richiedenti). Insomma, uno dei circa 42 giovani scienziati più promettenti, in tutta Italia, in tutti i campi del sapere.
Bene, voi direte, mica la Gelmini sarà così stupida da dare a questi giovani — tra l’altro, molti meno di quelli che meriterebbero — un barlume di speranza per il futuro (tradotto, un gruzzoletto dei soldi che noi tutti le abbiamo affidato pagando le tasse), e poi leverà loro la possibilità di usarli bene nell’interesse di tutti impedendo loro di assumere un Research Assistant… E invece no, perché loro sono creativi: e proprio questo anno fatto. Con la legge 240/2010 si è infatti stabilito che un requisito indispensabile per essere assunti con il contratto del Research Assistant (qui a Milano-Bicocca chiamato “Borsa di Studio per Giovani Promettenti”) sia l’essere iscritti ad un corso di Dottorato; insomma, si vorrebbe che questi contratti finissero in mano a giovani che, essendo iscritti ad un Dottorato di Ricerca, hanno già i loro progetti da seguire. Siccome anche questi progetti ovviamente richiedono le stesse attività illustrate sopra, mi si spiega come queste persone potrebbero anche fare bene il lavoro del Research Assistant sui progetti di qualcun altro? E’ ovviamente impossibile. Esiste una soluzione che la Gelmini non ha (ancora?) precluso ai ricercatori, ed è quella di assumere il Research Assistant con un contratto a progetto; nulla di male, ovviamente, se non che su questi contratti il datore di lavoro (formalmente sempre l’Università presso cui il ricercatore lavora) deve pagarci le sue tasse…e da dove arrivano i soldi che pagheranno queste tasse? Ma ovviamente dal finanziamento del ricercatore stesso, il quale quindi viene decurtato a posteriori, senza nessuna giustificazione legata ai risultati del lavoro.
Insomma, la Gelmini ti dà X euro per fare il tuo progetto. Questi X euro servono anche per assumere un Research Assistant. Ma poi ti dice “no, guarda che il Research Assistant non lo puoi più assumere come hai fatto fino a ieri, devi fargli un Co.Co.Pro.”. Il che significa che io lo stesso identico contratto lo pago il doppio sui miei fondi, il che ovviamente riduce la possibilità di svolgere la ricerca che uno si era prefisso di fare (io, ad esempio, non potrò pagarmi un Research Assistant per l’ultimo anno di progetto, date le nuove regole).
Ma se i soldi non c’erano, non potevate semplicemente dirlo prima? O se, più probabilmente, di ricerca e Università non sapete un accidente, non potevate andare avanti a fare quelli che stavate facendo così bene nella vostra vita, invece di venire a rovinare le nostra? Con le speranze dei giovani è bene non giocare.